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Case History: la gestione del paziente difficile in una Comunità Terapeutica Assistita

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la gestione del paziente difficile

Cosa intendiamo per “paziente difficile”? Siamo sicuri che esista una definizione chiara, condivisibile, oggettiva?

Partendo da queste domande seguiamo il percorso fatto dal personale di una Comunità Terapeutica Assistita che ha permesso di potenziare le competenze interessate.

Azienda

Comunità Terapeutica Assistita

Contesto

La CTA è una struttura residenziale di tipo terapeutico – riabilitativa psichiatrica. Al suo interno vanta un gruppo di lavoro con competenze multidisciplinari che risulta costituito da professionisti quali, medici psichiatri, psicologi, pedagogisti, infermieri professionali, assistenti sociali, educatori/animatori, impiegati amministrativi.

Target

Gruppo di lavoro, équipe.

Il caso aziendale

Presso la CTA è stato realizzato un intervento formativo dal titolo “La Gestione del Paziente Difficile” volto a migliorare la relazione tra paziente/ospite della comunità e l’operatore, al fine di favorire la consapevolezza della relazione istituita tra di essi dal legame di comunità, e facilitare l’ascolto reciproco e l’empatia.

Per realizzare questo obiettivo, Soluzioni d’Impresa ha valutato primariamente la possibilità di analizzare la domanda del Direttore Sanitario e successivamente quella degli operatori impegnati nel lavoro di comunità, al fine di garantire una maggiore adesione agli obiettivi formativi prefissati e il raggiungimento dell’output tangibile. I risultati dalla formazione costituiscono per SDI il fulcro dell’esperienza di formazione, pertanto maggiore sarà l’adesione del committente agli obiettivi formativi, maggiore sarà la possibilità di ottenere risultati misurabili in termini di efficacia e di efficienza.

L’intervento formativo denominato “La Gestione del Paziente Difficile” è stato rivolto all’intero gruppo di operatori della comunità e all’equipe nel suo complesso, lavorando in due sessioni distinte formate da 12 partecipanti ciascuna, così da garantire l’efficacia delle attività.

Non appena in entrambe le sessioni si è iniziato a parlare di paziente difficile, subito dagli stessi operatori sono emersi punti di vista per identificare all’interno della comunità i pazienti difficili, ovvero coloro che, a causa di una patologia psichiatrica complessa, non dispongono di risorse adeguate a sviluppare relazioni di cura efficaci.

Il programma formativo all’inizio ha consentito, così, ai gruppi di misurarsi con le percezioni e le rappresentazioni che ognuno si è costruito, durante il lavoro di comunità, sul concetto di “paziente difficile”, per poi favorire un percorso di consapevolezza univoco sulla definizione del paziente difficile, secondo uno schema di lavoro “ad imbuto”.

  1. Da una definizione generale prodotto delle rappresentazioni dei singoli partecipanti al corso, si è passati ad una definizione dalle radici comuni attraverso un “brainstorming”, che ha permesso di mettere in evidenza come le difficoltà del paziente, in realtà altro non sono che le difficoltà che l’operatore incontra nella relazione col paziente, le paure che si attivano di fronte alla sofferenza psichica acuta, infine, le angosce che si strutturano dinnanzi all’impotenza e alla disistima derivata da una relazione di cura che non sempre va secondo le aspettative previste dall’operatore.
  2. Successivamente, ai gruppi è stato proposto un lavoro sul concetto di “paziente grave” e di paziente difficile”, finalizzato a mettere in luce le differenze e soprattutto orientato ad individuare un paziente grave sulla base della patologia psichiatrica presentata, e non solo perché difficile da gestire da un punto di vista relazionale e medicalizzato.
  3. Tale differenza ha permesso di entrare ancora più nel merito dell’argomento, proponendo un momento di riflessione e introspezione, attraversato da alcuni quesiti sul perché il paziente si comporta in un certo modo, o perché un determinato paziente mette in difficoltà l’operatore. Questa riflessione si è orientata su due versanti: imparare a conoscere il paziente (transfert nella relazione con l’operatore) e imparare al contempo a conoscere se stessi (controtransfert dell’operatore).
  4. E se una delle due parti cambia atteggiamento cosa succede? Questa la riflessione successiva, che ha portato i partecipanti a mettersi in discussione sull’atteggiamento stereotipato acquisito durante il lavoro di comunità con alcuni pazienti a lunga degenza. Questo passaggio di prospettiva, che vede la lente di ingrandimento fissata sull’operatore piuttosto che sul paziente, ha sviluppato forti resistenze nei due gruppi di lavoro, che sono state poi ampiamente superate attraverso una discussione di gruppo sul concetto di angoscia derivata dall’impotenza provata nella relazione con un paziente che si oppone al processo e al progetto terapeutico.
  5. Infine, è stato chiesto ai due gruppi di pensare a 10 regole d’oro da rispettare nella relazione con il paziente, affinchè possa essere superata dall’operatore l’immagine stereotipata del “paziente difficile”, a favore di una professionalità consapevole che costringe lo stesso operatore a fare i conti con le proprie difficoltà, con le proprie paure, con i propri pregiudizi e con le preoccupazioni, che vengono nelle relazioni di cura proiettate sui pazienti.

Le 10 regole identificate sono state le seguenti:

1) Avere una buona conoscenza dell’anamnesi e del quadro psicopatologico del paziente al fine di meglio comprendere il vissuto dello stesso;

2) Sviluppare capacità empatica finalizzata all’accoglienza e all’ascolto del paziente;

3) Improntare la relazione con una modalità rassicurante al fine di instaurare un rapporto di fiducia;

4) Mostrare sicurezza e competenza professionale;

5) Assumere un atteggiamento di umiltà nella relazione con il paziente;

6) Cercare di non scaricare sul paziente le ansie e le frustrazioni degli operatori;

7) Lavorare in équipe perseguendo strategie d’intervento comuni;

8) Creare spazi di condivisione e di risonanza emotiva con l’équipe;

9) Saper riconoscere il controtransfert individuale e di gruppo;

10) Migliorare la capacità autoanalitica ed introspettiva dei componenti dell’équipe.

 

Conclusioni

Il percorso formativo complessivamente ha permesso al gruppo di operatori e all’equipe nel suo complesso di prendere consapevolezza dei bisogni di stima, di efficacia e di riconoscimento che accompagnano i professionisti della salute, e di realizzare che il paziente psichiatrico, attacca questi bisogni attraverso le sue modalità impulsive, disorganizzate, e predatorie. La sfida: sta nel non farsi sopraffare dal senso di impotenza che lasciano queste modalità, che “arraffano ciò che si può” e spesso non lasciano nulla in mano all’operatore e al professionista; sta nel non etichettare un paziente come difficile, solo perché le sue modalità suscitano nell’operatore paura, preoccupazione; sta nella capacità del professionista della salute di guardarsi dentro e  distinguere ciò che appartiene a se stesso e ciò che invece appartiene al paziente e alla gravità della sua patologia.

Approfondisci l’argomento: la Gestione del Paziente Difficile.

Monica Mandalà

About Monica Mandalà

Monica Mandalà ha scritto 29 articoli in questo sito.

Sono una Psicologa, esperta in modelli formativi. In passato sono stata Docente presso Università degli Studi di Palermo alla facoltà di Scienza della Formazione. Anche con le mie pubblicazioni, mi occupo di ricerca sociale applicata al management e sulla metodologia GOPP ( Goal Oriented Project Planning). Ho inoltre condiviso le mie competenze con articoli sui temi della gestione della conoscenza nella organizzazioni, sul Sicilian Walfare, sul capitale sociale, sullo sviluppo di comunità e sul cambiamento. Per i Clienti SDI, quale senior trainer, svolgo docenze nell'area della comunicazione interpersonale, leadership e teamworking. Realizzo specifici interventi negli aspetti psicosociali del settore sanità e servizi socio assistenziali. Per i clienti SDI cura la formazione nelle aree della crescita personale con particolare specializzazione del settore sanità e servizi socio assistenziali.

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Monica Mandalà
Sono una Psicologa, esperta in modelli formativi. In passato sono stata Docente presso Università degli Studi di Palermo alla facoltà di Scienza della Formazione. Anche con le mie pubblicazioni, mi occupo di ricerca sociale applicata al management e sulla metodologia GOPP ( Goal Oriented Project Planning). Ho inoltre condiviso le mie competenze con articoli sui temi della gestione della conoscenza nella organizzazioni, sul Sicilian Walfare, sul capitale sociale, sullo sviluppo di comunità e sul cambiamento. Per i Clienti SDI, quale senior trainer, svolgo docenze nell'area della comunicazione interpersonale, leadership e teamworking. Realizzo specifici interventi negli aspetti psicosociali del settore sanità e servizi socio assistenziali. Per i clienti SDI cura la formazione nelle aree della crescita personale con particolare specializzazione del settore sanità e servizi socio assistenziali.