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Etica d’impresa vs profitto? Un approccio senza paraocchi

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paraocchi01di Lorenzo Palumbo*

Il modello di sviluppo europeo, in tempi di globalizzazione dei mercati e dei capitali, non sembra orientato a creare risultati sul piano della coesione sociale e della responsabilità, d’altro canto l’assolutizzazione del valore del profitto spinge il management delle imprese a piegare e a strumentalizzare le interazioni economiche alla logica cruda del guadagno, indipendentemente dalle condizioni nelle quali esso si realizza.

La problematica ha assunto una tale rilevanza che negli Stati Uniti, da un trentennio a questa parte, si è sviluppato un vero e proprio movimento etico: l’etica degli affari (business ethics).

In Europa, l’esigenza è emersa solo di recente con la nascita di network etici, riviste, master e anche cattedre universitarie. Ma il grido di allarme è venuto anche dalle istituzioni europee[1] e pure in Italia, il dibattito sul tema è passato dall’ambito della ricerca teorica a quello istituzionale[2].

La neutralità dell’agire economico rispetto ai fini morali ha mostrato senza veli la sua sconfitta che, pur esprimendo una debacle di ordine morale, esplica i suoi effetti sul piano economico con un calo di considerazione sociale che oggi, si ricordino i fatti della Parmalat e dei bond argentini nel nostro paese o di Enron e Worldcom negli States, abita gli incubi degli esperti e degli operatori, ma anche dei risparmiatori. Da qui l’esigenza di modificare i comportamenti aziendali a livello di strategia e di governance delle imprese.

Tale scarsa considerazione delle conseguenze sociali, quando non è miope fede fondamentalista nella moralità del libero mercato, impatta direttamente sui fatturati delle imprese con il risultato dialetticamente contrario di avere lasciato sul campo intere fette di mercato e ingenti risorse finanziarie le cui dimensioni non hanno precedenti negli ultimi anni. Al riguardo la società Dow Jones che fornisce il famoso indice azionario, ha realizzato un apposito indice etico il Dow Jones Sustainability Index[3], basato sulla performance sociale delle imprese che adottano standard etico-sociali.

Dall’analisi di questo indice, emerge che le imprese che hanno le migliori prestazioni sociali, sono allo stesso tempo floride economicamente e molto concorrenziali.

Ma è vero anche il discorso inverso. Le imprese meno attente agli aspetti morali come la Nike, hanno avuto un forte calo d’immagine, con il conseguente danno alle vendite, a causa delle pessime condizioni di lavoro in alcune delle loro fabbriche.

L’impresa orientata eticamente coglie i benefici dell’interdipendenza dei fini tra economia ed etica, collocandosi in una posizione di maggiore competitività che si riconosce in un margine di vantaggio che risulta essenziale per avere la meglio sulla concorrenza. Questo risultato non è dovuto all’efficiente allocazione delle risorse, ma alla scelta della migliore prassi dal punto di vista etico, ovvero alla cura della relazione di fiducia che si può e si deve costruire con i propri clienti e con i propri dipendenti per migliorare le prestazioni, non genericamente etiche, ma prettamente economiche come la reputazione. La reputazione è funzione economica dell’impresa, essa produce profitti e migliora il benessere interno dell’impresa, ma si costruisce solo a partire dall’etica dei comportamenti. Ecco perché la questione etica, prepotentemente, scuote il mondo dell’economia e indica, e, senza dogmatismi o fanatismi morali, pone come tema centrale di crescita economica la necessità di isolare le imprese “squalo” e di promuovere imprese che si connotino come organizzazioni eticamente responsabili che tutelano gli interessi diffusi degli stakeholders (collaboratori, clienti, azionisti, fornitori)[4] e della collettività in generale.

 

L’etica dei consumi

L’esempio più evidente della nuova sfida delle imprese viene dal consumo e non è un caso. Il consumo non è un più un atto di acquisto “sic et simpliciter”, ma un’attestazione di fiducia condizionata di chi compra nei confronti di chi vende, che presuppone un assetto organizzativo d’impresa finalizzato alla costruzione continua di una propria credibilità sociale, trasformantesi in un indicatore di fiducia per gli utenti interni ed esterni.

La produzione del valore economico non è dunque ricerca spasmodica del profitto, ma il valore delle merci si costruisce in una relazione complessa con il pubblico in cui gli apporti di credibilità e reputazione dell’impresa nei confronti dei suoi stakeholders sono essenziali per la commercializzazione e il consumo finale.

La reputazione, costruita attraverso il codice etico, è una forma di capitale non monetario che occorre accumulare in parallelo a quello economico, posto che, senza il primo, il secondo è destinato a disperdersi. La reputazione agisce sull’elemento morale e qualitativo del consumo. Infatti, i consumatori sono diventati più attenti e poco inclini a farsi abbindolare dalle offerte incantatrici delle sirene propagandistiche, con obiezioni di ordine etico che pongono interrogativi sulla dignità umana, sull’onestà, sulla giustizia e chiedono assicurazioni e garanzie alle imprese in ordine alle loro credenziali “spirituali”, e quindi alla loro moralità e affidabilità sociale.

 

La responsabilità sociale delle imprese

Sapere produrre non basta più. Chi compra qualcosa vuole anche sapere se quella merce, che ha un valore di scambio pari alla quantità di denaro che serve per comprarla, è “buona”. Buona non tanto per il sapore che ha al gusto o perché è di alta qualità, ma perché risponde al criterio comune di ciò che è considerato come BENE. E allora quella cosa deve essere certificata e rispondere agli standard della qualità merceologica, ma soprattutto deve rispondere ad una questio ancora più forte: questa cosa è stata prodotta in modo socialmente responsabile? Intendendo per responsabilità sociale delle imprese (Corporate Social Responsibility- C.S.R.) “l’integrazione da parte delle imprese delle preoccupazioni sociali ed ecologiche nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate[5]”.

Il diritto alla salute, il diritto a godere di un ambiente sano, il diritto di mangiare cose genuine, il diritto di sapere come sono stati prodotti i beni che consumiamo, il diritto di sapere se i soldi che destiniamo agli acquisti, attraverso il “pizzo”, finanziano indirettamente la mafia sono tutte libertà che, oltre ad essere garantite formalmente dalle leggi, richiedono un impegno (l’origine latina del termine responsabilità è proprio questa: impegno) da parte delle imprese per recuperare e incrementare spazi di fiducia e di affidabilità – nei confronti dei propri clienti e dei propri stakeholders – che “paradossalmente”, come mostrerò più avanti, si trasformeranno in redditività monetaria.

 

Etica d’impresa e profitto

Ma in questo scenario, il profitto – paradigma per eccellenza di ogni attività economica – non rischia di apparire come una specie di peccato? Decisamente no! Il peccato è invece la costante strumentalizzazione delle ragioni del profitto per fare apparire i fautori della Corporate Social Responsibility nient’altro che delle dame di carità.

Il profitto è giusto. Anche gli hostes più agguerriti del modello liberista ritengono che il valore di scambio debba necessariamente essere superiore al valore in sé del bene prodotto, ma il senso della creazione del valore per gli azionisti non è più questo o perlomeno non è più solo questo. Se per un verso il giusto profitto si ha quando il capitale ha “negoziato” con i lavoratori e la collettività l’entità del suo profitto, per un altro verso la giustizia in senso ancora più forte richiede che la proprietà e il management dell’impresa abbiano la consapevolezza delle conseguenze sociali di quello che fanno, con chi lo fanno, come lo fanno, e di quello che provocano quando ciò che hanno fatto viene distribuito alla collettività.

Per tali ragioni, il profitto non deve essere idolatrato come cosa buona in sé, cioè indipendentemente dal modo in cui viene prodotto e dagli scopi a cui è destinato. Ma è bene ricordare anche che la posizione opposta – vale a dire quella che demonizza il profitto – è altrettanto perniciosa in quanto darebbe corso ad un comportamento dell’impresa non competitivo che collocherebbe la stessa fuori dal mercato, decretandone la fine. Quindi, “niente di nuovo sotto il sole”, il profitto è un indicatore di salute dell’impresa e non è un male. Il problema è un altro: l’unilateralismo ideologico dell’agire economico è finito, le interazioni economiche non sono neutre. L’etica non è un fucile per dare la caccia all’Homo oeconomicus, ma uno specchio per riflettere la sua immagine.

L’etica, in fondo, questo deve essere: uno specchio che proietta nel mondo l’immagine dell‘economia, quale che sia. L’impresa allora deve fare la scelta etica per difendere la propria immagine e la propria reputazione, ma senza abdicare al suo ruolo di creare valore che poco o nulla ha di solidaristico.

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[1] Commissione Europea: Libro verde per promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese 18.7.2001.

[2] Ministero del lavoro progetto sulla CSR (Corporate Social Responsibility) www.welfare.gov.it.Norme e raccomandazioni, protocolli di intesa, ricerche sociali con seguito di propaganda televisiva per promuovere la responsabilità sociale nelle imprese italiane.

[3] www.sustainability-indexes.com. Recentemente è nato anche il KLD-Nasdaq Social Index, il primo indice di Borsa delle Imprese tecnologiche impegnate in investimenti socialmente responsabili.

[4] Portatore d’interesse non proprietario. Per differenza con shareholder: portatore di capitale, lo stakeholder è: una persona o un gruppo di persone aventi un interesse nelle prestazioni o anche nel successo di una organizzazione economica (in questo caso l’impresa) Sono stakeholder i clienti, i dipendenti, i fornitori, i concorrenti, le banche, i sindacati, la pubblica amministrazione, la collettività a anche l’ambiente (stakeholder muto).

[5] U.E. Libro verde per promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese. Commissione delle Comunità Europee, Bruxelles 2001, p.

* Lorenzo Palumbo

Dottore di ricerca in Etica, docente di ruolo di Filosofia e Storia, professore a contratto di Etica degli Affari presso l’Università degli Studi di Palermo dal 2007 al 2011, Eticista. Segretario e referente per l’etica degli affari del C.S.E.A. Centro Studi per l’Etica Applicata. Consulente di soggetti economici ed enti pubblici per l’adozione di standard etico-sociali. Ha tenuto seminari per soggetti diversi sul tema dell’etica economica e partecipato a convegni in qualità di relatore. È inoltre autore di decine articoli di argomento vario e di saggi di etica applicata su vari giornali e riviste specializzate. L’ultima fatica editoriale è il libro: Il manager (er)etico, Aracne, Roma 2011.

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