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I costi della non sicurezza

1994
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safetycost

* di  Giovanni Perrone

Il primo beneficio che occorre tenere in considerazione quando si parla di Sicurezza e Salute nei luoghi di lavoro, riguarda il costo di opportunità che si riferisce ai costi della non sicurezza, in cui incorre un’azienda che non abbia fatto investimenti in SSL. I costi di incidenti e malattie professionali, infatti, pesano sull’economia italiana almeno il 3,5% del PIL. Nel 2012 questa percentuale si traduce in una cifra che ammonta a 45 miliardi di euro, spesi da aziende private e dallo Stato italiano per incidenti e malattie professionali. È stato rilevato dall’INAIL, nei rapporti annuali del 2011 e del 2012, che del costo complessivo della non sicurezza, solo un 40% è addossato al “sistema paese”. Il 60% di questo costo è, invece, sopportato dalla stessa impresa. E anche nei paesi in cui vige un sistema assicurativo che pone le basi sull’iniziativa privata, si stima che solo un 30% dei costi totali derivanti da infortuni e malattie vengano corrisposti dalle assicurazioni, con conseguente ritorsione sulle aziende del 70% del costo totale. Si tratta, evidentemente, di un problema di rilevanza strategica per lo sviluppo economico delle aziende. È pertanto importante individuare le voci attraverso cui si manifestano i costi della non sicurezza a causa di un qualche incidente.

            Esistono diverse classificazioni dei costi della non sicurezza e le più rilevanti sono:

  • costi diretti e costi indiretti;
  • costi assicurativi e costi non assicurativi;
  • costi controllabili e costi non controllabili;
  • costi espliciti e costi nascosti.

 Costi diretti, indiretti e nascosti

 La classificazione ritenuta più utile dalla letteratura scientifica, perché individua immediatamente i driver per la contabilizzazione di tali costi, è quella tra costi diretti, indiretti e nascosti. Sul fronte dei costi diretti, associabili ad esempio ad un incidente, infortunio o malattia professionale, si possono annoverare:

  • spese ospedaliere, consulti medici, riabilitazione, spese per medicinali;
  • integrazione dei salari per la quota non coperta da assicurazioni;
  • danni subiti dai mezzi di produzione (macchinari, attrezzature, edifici, veicoli);
  • valore della produzione perduto a causa delle interruzioni causate dall’incidente;
  • sanzioni varie ed azioni di rivalsa;
  • perdita di produttività del lavoratore infortunato dopo il suo ritorno al lavoro;
  • aumento dei premi assicurativi (sia sul personale che sui beni materiali).

Vi sono poi i costi indiretti che possono essere raggruppati in quattro categorie:

  • Costi legali e amministrativi: il datore di lavoro deve allocare risorse umane e finanziarie per inserire i dati nel registro infortuni, compilare statistiche degli incidenti, pubblicare le relazioni relative agli infortuni e agli incidenti, rapportarsi con le autorità, pagare eventuali sanzioni a suo carico.
  • Costi d’indagine: si tratta dei costi derivanti dalle indagini sulle cause che hanno determinato l’incidente.
  • Costi di produttività: un incidente sconvolge l’equilibrio sul posto di lavoro, questo può influire sulla produttività, a causa dell’arresto della produzione, del lavoro straordinario, dei ritardi di produzione e di eventuali mancante consegne.
  • Costi di sostituzione: un dipendente assente deve essere sostituito al fine di mantenere la produttività dell’azienda. Inoltre sono probabili i costi di re-training e di recruiting nel caso in cui al lavoratore infortunato venga modificata la mansione.

I costi indiretti possono variare da 2,5 a 4 volte i costi diretti a seconda della gravità dell’incidente, infortunio o malattia verificatasi, dall’area aziendale coinvolta, dall’organizzazione aziendale.

            Ai costi sopra indicati, si aggiungono i cosiddetti costi nascosti, ovvero quelle voci di spesa che non figurano normalmente nella contabilità aziendale e che, di conseguenza, sono di difficile individuazione e stima. Uno dei principali costi nascosti è quello relativo al danno subito dall’immagine e dalla reputazione dell’azienda. Il danno d’immagine ha un duplice impatto: interno ed esterno all’azienda. La dimensione interna del danno d’immagine concerne i dipendenti dell’azienda nei quali può essere ravvisato un calo di morale e del senso di attaccamento all’azienda, con conseguente perdita di produttività. La dimensione esterna, ossia verso gli stakeholders (fornitori, clienti, partners, etc.) e verso gli shareholders (azionisti, proprietà), concerne perdite di immagine e reputazione a causa, ad esempio, di eventuali ritardi o disservizi nella fornitura, con ripercussioni negative anche sull’acquisizione di nuovi clienti. Quest’ultima tipologia di danno è indubbiamente di difficile quantificazione, ma non di portata trascurabile se si considera che secondo le stime elaborate dall’OSHA-EU, Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, il rapporto tra costi manifesti e costi nascosti è di 1:11. Pertanto, per la quantificazione dei costi della non sicurezza è possibile riferirsi alla metafora dell’iceberg secondo la quale, la quota più rilevante dei costi imputabili ad un incidente, infortunio o malattia professionale, legato a scarsa attenzione alla SSL in azienda, si trova “sommersa” e di difficile interpretazione.

* Giovanni Perrone Professore ordinario nel raggruppamento scientifico disciplinare Ingegneria Economico-Gestionale (Ing-Ind/35) all’università di Palermo. È presidente della società in house dell’ateneo palermitano Sintesi s.r.l., del laboratorio pubblico privato Si-Lab Sicilia e membro del board dell’EurOMA (European Operations Management Association), dell’AiIG (Associazione Italiana Ingegneria Gestionale) e segretario di PNICube (Associazione degli Incubatori Universitari Italiani).

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