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Il codice etico in azienda: facciamo chiarezza

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ethicsdi Lorenzo Palumbo*

Il codice etico

La partita sull’attuazione dell’etica nel mondo dell’economia e degli affari, oggi, si gioca sull’applicabilità e sull’efficacia degli strumenti dell’etica economica all’agire delle organizzazioni, posto che, come ben sappiamo, tra etica ed economia non ci sono mai state “armonie prestabilite”. Il codice etico, tra gli altri (pochi per la verità), è lo strumento principale che hanno adottato oramai la quasi totalità delle imprese, soprattutto quelle di grandi dimensioni, a partire dagli anni ’80 negli States e dagli anni ’90 in poi anche in Europa.

Il codice etico è la carta dei diritti e dei doveri fondamentali attraverso la quale l’impresa chiarisce le proprie responsabilità etiche e sociali verso l’interno e verso l’esterno. Esso risponde all’esigenza dell’impresa di dichiarare su quali criteri intende operare per bilanciare gli interessi degli stakeholder interni ed esterni. In sostanza il codice etico offre la possibilità a tutte le parti interessate, ovvero a tutti coloro che intrattengono relazioni con l’organizzazione impresa, di potere verificare se le loro aspettative e le loro legittime pretese sono state considerate attraverso un criterio di equità. Se gli stakeholder si riconosceranno nei principi e nelle norme del codice etico, se riterranno che i criteri di bilanciamento degli interessi opposti (proprietà – resto del mondo) sono rispettosi dei loro diritti, allora si saranno poste le basi per un accordo morale di cooperazione vantaggiosa per tutte le parti in gioco. Questo discorso può apparire come una pura e semplice enunciazione di buona volontà, ma così non è. In effetti, il codice etico costruisce relazioni di fiducia reciproca all’interno delle organizzazioni proprio perché richiede un riconoscimento e un consenso alle persone a cui si rivolge, il che risulterebbe difficile o impossibile in un codice disciplinare. La militarizzazione di un’impresa non la preserva da reati e abusi. Al contrario, il codice etico richiede adesione ai principi e alle norme che vengono preventivamente condivise e approvate. Al riguardo, è bene chiarire che l’adesione alle norme del codice non vuol dire che i valori personali dovranno essere cambiati per adeguarli a quelli che “vuole” l’impresa. Il codice etico esprime valori e richiede consenso solo nella sfera delle relazioni economiche interpersonali, senza interferire in alcun modo nella sfera di libertà negativa delle convinzioni religiose, morali, politiche di ciascuno di noi.

 

Perché adottare il codice morale in azienda

Secondo un rapporto della Business Roundtable gli intenti per i quali le imprese adottano un codice etico sono sostanzialmente due: “Da un lato offrire un supporto istituzionale alla coscienza e all’osservanza individuale nei confronti degli standard di condotta stabiliti dall’azienda, dall’altro vi è l’affermazione che la cultura d’azienda e l’etica non confliggono con la possibilità di condurre con successo gli affari aziendali, ma anzi il rispetto delle regole etiche di condotta è un presupposto per fare profitti di lungo periodo[1]”. Detto in altri termini, l’impresa attraverso il codice etico, non solo previene l’opportunismo all’interno, ma costruisce reputazione verso l’esterno. L’impresa così può utilizzare il codice per prevenire comportamenti irresponsabili o illeciti da parte di chi opera in nome e per conto dell’azienda, posto che introduce una definizione chiara ed esplicita delle responsabilità etiche e sociali dei propri dirigenti, quadri, dipendenti e spesso anche fornitori verso i diversi gruppi di stakeholder. Nondimeno, l’impresa, oltre ai profitti, attraverso il codice etico, può accumulare reputazione e questo è un bene essenziale per la sua sopravvivenza e la sua crescita, posto che nessuna impresa può fare a meno della fiducia dei clienti, dei collaboratori e di quanti direttamente o indirettamente hanno a che fare con essa. Tra mettere un freno all’opportunismo interno e costruire reputazione all’esterno, ovviamente vi è correlazione. Tutto quello che viene fatto per limitare o eliminare gli abusi all’interno delle imprese, si riflette perfettamente all’esterno in termini di maggiore affidabilità e quindi di reputazione.

Il codice etico agisce quindi in due direzioni differenti, ma che concorrono entrambe a migliorare il benessere dell’impresa.

Introdurre un quadro di norme per limitare la corruzione dei manager o le pratiche operative che portano i dipendenti ad essere coinvolti in attività economiche in conflitto con gli interessi dell’azienda, migliora le prestazioni morali all’interno, ma tonifica e valorizza anche l’immagine pubblica dell’impresa.

 

Funzione del codice

Un codice morale definisce chiaramente che cosa ci si può aspettare da un’impresa che liberamente dichiara di volersi conformare a principi generali astratti e a condotte precauzionali preannunciate anche se non ci sono norme legali che obbligano l’impresa ad adottare sistemi di prevenzione di reati. Tuttavia, siccome ci sono leggi che puniscono le imprese, si badi non i singoli, che non adottano modelli organizzativi per prevenire i reati (art.6 L.231/2001), il codice non potrà che contenere un insieme di regole precauzionali per ciascuna area a rischio di opportunismo nei rapporti con gli stakeholder, la cui implementazione non è connessa all’accadere effettivo di pratiche illegali, bensì al solo rischio che possano accadere in violazione di un principio. Il codice quindi sostiene e tutela l’impresa dalle sanzioni interdittive e pecuniarie previste dal legislatore ancor prima che i reati vengano commessi da chi opera in nome e per conto dell’impresa. La peculiarità del codice etico rispetto alla norma legale è proprio quella di intervenire prima della commissione dei reati, utilizzando l’ampiezza di dominio dei principi etici e la loro capacità di fornire indicazioni di comportamento anche in situazioni delle quali non si ha una conoscenza effettiva se non nel momento in cui accadono.

Per essere un po’ più precisi, tecnicamente, dirò che un principio etico non fa altro che stabilire un dominio di applicazione nel quale rientreranno gli eventi noti e non noti, ove questi ultimi saranno membri del dominio con un certo margine di vaghezza.

In sostanza, si definisce quello che i matematici chiamano un “insieme sfocato” o fuzzy, cioè un insieme nel quale rientrano ad un certo grado gli stati del mondo imprevisti.

 

Vantaggi dell’adozione del codice etico

Il vantaggio di questo modo di procedere è che possiamo assumere impegni anche quando siamo consapevoli che potranno accadere eventi non previsti e non noti, cioè quando il contratto è incompleto, perché c’è una soglia di vaghezza stabilita a priori per ciascun dominio di applicazione di un principio che ci consente di affermare che, se la soglia è stata superata, allora di conseguenza dobbiamo attenerci a una regola di condotta ex ante determinata, senza bisogno di conoscere i dettagli per altro imprevisti, degli stati del mondo intercorsi. Così l’impegno è preso in base a termini che possono essere determinati ex ante, anche se non abbiamo conoscenza circa i concreti stati del mondo che si materializzano solo ex post, e che quindi ci lasciano in uno stato di vaghezza circa la comprensione di quale evento sia accaduto e se esso rientri tra quelli che potevano essere previsti ex ante. Ex post sarà allora possibile misurare la reputazione dell’impresa sulla base del confronto tra gli impegni presi ex ante e il suo comportamento ex post, sia pure a riguardo di stati del mondo imprevisti[2].

Valga come esempio il caso Parmalat. Il fornitore della Parmalat è una grande multinazionale: la Tetrapak dalla quale compra i famosi contenitori per conservare il latte. Accade che il fornitore, volendo allettare il cliente per future commesse, come “si fa”, pratica sconti sulle commesse in corso. La differenza di costo prodotta dallo sconto costituisce de iure un risparmio per l’impresa che va iscritto a bilancio. L’inchiesta della magistratura ha accertato che gli sconti nel bilancio non venivano iscritti, ma venivano sistematicamente incamerati dal gruppo di controllo della Parmalat, senza poter essere utilizzati a vantaggio di tutti gli altri stakeholder: azionisti di minoranza, lavoratori, consumatori, l’impresa come tale. L’autorità del gruppo di controllo della Parmalat ha potuto esercitare una libertà di gestione nei rapporti contrattuali impliciti con gli altri stakeholder (consumatori, clienti, fornitori, creditori) proprio perché nel contratto c’erano delle “falle”, che di fatto hanno provocato la loro esclusione dai benefici dello sconto operato dalla Tetrapak di cui si è detto. Gli effetti nefasti di questa falla contrattuale sono sotto gli occhi di tutti: crisi di legittimità interna, crisi di fiducia esterna, sfiducia degli investitori, affidamento al giudice della funzione di protezione degli stakeholder, perdita di reputazione dell’impresa.

Se io fossi un azionista non accetterei un management che approfitta dell’asimmetria informativa sugli sconti dei fornitori. Se invece il principio etico e le regole precauzionali da esso derivate prevedono che ogni beneficio derivante dai rapporti con i fornitori deve essere equamente distribuito fra gli azionisti, avrò un motivo in più per fidarmi del management d’impresa. Il codice etico, quando viene applicato con correttezza, ripara le falle contrattuali e impedisce abusi che senza il codice verrebbero regolarmente commessi senza incappare nella sanzione legale.

Per informazioni contattaci


[1] Corporate Ethics: a Prime Business Assestement, a Report on Policy and Practice in Company Conduct, New York, The Business Roundtable, 1988.

[2] Sacconi L, Incomplete Contracts and Corporate Ethics: a Game Theoretical Model under Fuzzy Information, LIUC Papers n.91, Etica diritto economia, 1.

* Lorenzo Palumbo

Dottore di ricerca in Etica, docente di ruolo di Filosofia e Storia, professore a contratto di Etica degli Affari presso l’Università degli Studi di Palermo dal 2007 al 2011, Eticista. Segretario e referente per l’etica degli affari del C.S.E.A. Centro Studi per l’Etica Applicata. Consulente di soggetti economici ed enti pubblici per l’adozione di standard etico-sociali. Ha tenuto seminari per soggetti diversi sul tema dell’etica economica e partecipato a convegni in qualità di relatore. È inoltre autore di decine articoli di argomento vario e di saggi di etica applicata su vari giornali e riviste specializzate. L’ultima fatica editoriale è il libro: Il manager (er)etico, Aracne, Roma 2011.

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