L’avidità manageriale nel tempo della crisi mondiale

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L'avidità del manager
L’avidità del manager

di Lorenzo Palumbo*

L’immane incendio della crisi economica mondiale, provocata dallo sgonfiamento della bolla immobiliare, che dal settembre 2008 in poi ha alimentato la spirale di sfiducia nelle banche da parte degli investitori, il tracollo delle borse mondiali e la costante fibrillazione delle economia reale a causa del calo dei consumi, ha sollevato un’ondata di diffidenza verso coloro che hanno guidato le imprese in questi anni. Il gotha imprenditoriale mondiale prima ammirato, è stato oggetto di multe, inchieste, condanne che non hanno precedenti nella storia del capitalismo.

La miopia interessata di pochi manager strapagati che ha portato alla distruzione di valore per migliaia di miliardi di euro, che ha gettato sul lastrico milioni di risparmiatori, non è stata determinata da un’imprevedibile e generalizzata esplosione dell’avidità e del disprezzo della legge, ma da una falla nel sistema di regolazione delle relazioni contrattuali tra la proprietà e il management.

I manager nel mirino

Nel 2006, i vertici delle “Big Five” (le cinque banche di investimento più grandi degli Stati Uniti) complessivamente percepivano compensi per 250 milioni di dollari (ilsole24ore n.340 del 17 dicembre 2006, p.32). Oggi, dopo la crisi globale, molti di essi sono alla sbarra o sono costretti ad ammettere di aver commesso errori gravissimi, benché considerati colpevoli solo di non aver saputo evitare i fallimenti o le debacle finanziarie delle loro imprese, almeno per ora salvo ulteriori sviluppi delle indagini giudiziarie.

 Richard Fuld, CEO della Lehman Brothers, dal 2000 al 2006 ha percepito in media compensi per 60 milioni di dollari l’anno, oltre ad altri 190 milioni di dollari in titoli in dieci anni come incentivo per rimanere al vertice della società. Dopo il fallimento della sua banca, davanti alla commissione del congresso  americano che gli fa osservare che “forse” guadagnava troppo, Fuld si difende dicendo che i suoi compensi erano in linea i parametri del settore (Sole24ore – approfondimenti, La grande crisi – domande e risposte, n. 1/2008, ottobre 2008, p20) .

Alessandro Profumo
Alessandro Profumo

In Italia, Alessandro Profumo, amministratore delegato del gruppo Unicredit ora al vertice di Monte Paschi di Siena, che nel 2007 ha percepito compensi pari 9,42 milioni di euro, ammette di avere commesso degli errori di sottovalutazione della crisi globale. Addirittura,lo stesso Profumo è rimasto al timone anche nell’arco di tempo in cui il titolo Unicredit è passato da 6,35 euro del 10 settembre 2007 a 2,91 euro del 6 ottobre 2008 (La Repubblica del 7 ottobre 2008, n. 238, pp.6 e 7).

Nel 2005, la Corte dei conti, nella relazione sul bilancio delle Ferrovie dello Stato, ha dichiarato una perdita di 472 milioni di euro, mentre nello stesso esercizio il compenso dell’amministratore delegato Elio Catania è stato pari a un milione e 930 mila euro, di cui 350 mila per il raggiungimento degli obiettivi aziendali. Dopo avere lasciato il bilancio in rosso di oltre 2 miliardi euro nel 2006, lo stesso ha ricevuto una buonuscita dall’azienda pari a 8 milioni e mezzo di euro (Dragoni G, Meletti G, La paga dei padroni, Chiarelettere, Milano, 2008, p.209).

 Un fenomeno generalizzato

I casi di questi manager non sono gli unici e sono emblematici di una situazione che si può riassumere in due soli punti:

1)    gli alti compensi dei manager sono del tutto legali;

2)    le remunerazioni dei manager sono proporzionali ai poteri che esercitano, ma non sono proporzionati al criterio della creazione di valore per gli azionisti.

 La dimensione del potere o della discrezionalità dei dirigenti non essendo disgiunta dall’interesse personale, crea un mix distruttivo che produce un vulnus prima di tutto sui diritti-pretesa della stessa proprietà e, a cascata, anche sugli interessi delle altre componenti dell’impresa.

 Quali soluzioni?

Mentre i giudici contabili o le commissioni parlamentari cercano di colpire gli abusi legali, posto che ve ne siano, i buoi sono già scappati e cioè i danni sono già stati compiuti.

 La soluzione al problema? Occorrerebbe separare il potere dall’interesse, produrre una zona off limits tra la funzione dirigente e il guadagno personale, che si tradurrebbe in una protezione degli stessi interessi proprietari dalle bieche pratiche opportunistiche del management, ma questa è un’altra storia, tutta da venire e non perché non vi siano i rimedi.

 Ancora oggi, purtroppo gli incentivi costituiscono una sorta di “illusione necessaria” che spinge le imprese a dare sempre maggiori incentivi, nella falsa convinzione che solo i manager super pagati possano raggiungere risultati migliori, nonostante la realtà dei fatti abbia abbondantemente smentito la validità del rapporto tra retribuzione dei manager e remunerazione del capitale.

 Dare denaro per curare la sete di denaro è come dare da bere acqua salata a chi ha sete. Per chi ne ha voglia, ho scritto un libro in cui spiego una modalità possibile per trovare un rimedio diverso (Lorenzo Palumbo, il manager (er)etico, Aracne, Roma 2011).

[hr] *Lorenzo Palumbo è dottore di ricerca in Etica. Docente di ruolo di Filosofia e Storia, professore a contratto di Etica degli Affari all’università di Palermo dal 2007 al 2011. Segretario e referente per l’etica degli affari del C.S.E.A. Centro Studi per l’Etica Applicata. Consulente di soggetti economici ed enti pubblici per l’adozione di standard etico-sociali. Ha tenuto seminari per soggetti diversi sul tema dell’etica economica e partecipato a convegni in qualità di relatore. Autore di decine articoli di argomento vario e di saggi di etica applicata su vari giornali e riviste specializzate. L’ultima fatica editoriale è il libro: il manager (er)etico, Aracne, Roma 2011.

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